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Sarà che l’infanzia non l’ho mai abbandonata del tutto, sarà che in certi miei cassetti conservo manciate di chincaglierie che usavo da piccolo, cose inutili, magari guaste e irreparabili... Comunque sia, mentre mi trovavo seduto in un bar, un articolo di giornale letto una domenica mattina mi incuriosì non poco… Se avessi vinto la pigrizia avrei avuto la possibilità di retrocedere nel tempo, di ritornare ad ascoltare fatti quasi sepolti dall’oblio, direttamente da fonti antiche…
In un paese rivierasco della Bassa alcuni giovani animatori avevano deciso di ritornare alle origini. Di dare la voce a chi (spesso) non ha voce: gli anziani. In collaborazione con la casa di riposo locale decisero di avvicinare e intervistare gli anziani del ricovero e chiedere a loro com’era un tempo la loro santa Lucia, cosa si ricordavano, come avevano vissuto nella loro lontanissima infanzia quei momenti magici di attesa. Nel pomeriggio questo filmato sarebbe stato proiettato al Teatro 900 di Pomponesco, un piccolo paesino dimenticato di 1500 anime situato fra Mantova e Parma.
Ebbene, decisi di recarmici… Il paese non lontano sulla sponda destra del Po dista poco meno di 30 Km da casa mia ma per certi versi risulta già decentrato rispetto alla mia identità culturale. Li nacque nel “15 mio zio Cesare… un uomo dal carattere buono, generoso e gentile che per 21 anni allietò la mia voglia di conoscere, le mie curiosità e le mie disquisizioni riguardo a molti argomenti. Aveva svolto con passione la professione di infermiere fino all’età pensionabile in un epoca dove avere quel tipo di qualifica significava essere anche dispensatore di ottimismo… ma questa è un’altra storia…
Mi recai a Pomponesco fiducioso di poter apprendere qualcosa di nuovo da queste persone ora confinate in un ospizio. Serviva solo un po’ di curiosità e la voglia di ascoltare. Il piccolo teatro comunale avvolto nel proprio silenzio sembrava chiuso. In sala la proiezione del filmato era già iniziata e una volta varcate le tende mi ritrovai al buio in una piccola platea stracolma di spettatori.
Gesuina raccontava che ai suoi tempi Santa Lücìa l’era püvrèta asè, asè… (Santa Lucia era molto molto povera). Ci si accontentava di piccoli doni, qualche dolcetto, qualche noce e se si era fortunati un mandarino o un frutto… In casa c’erano molti fratelli e le poche palanche che suo padre poteva spendere dovevano servire per accontentare tutti i figlioletti… I bèsi jera pochi ma Santa Lücìa l’andava fàta in töti i modi (i soldi erano pochi ma Santa Lucia andava celebrata ad ogni costo) …magari a sà sparàva in quèl… ma l’andava fata… (magari si risparmiava in qualcos’altro ma andava fatta comunque). L’intervistata, Gesuina per l’appunto, è una vecchietta fotogenica ultranovantenne… Mentre la si osserva dinnanzi alla telecamera è cosa fatta immaginarsi gli anni a ridosso della fine della Prima Guerra Mondiale… La miseria abitava in ogni casa e ogni piccolo bene andava distribuito con preziosa parsimonia. Una cosa è certa… nessun genitore avrebbe mancato di rispetto alla santa… i regali se pur miseri sarebbero comparsi magari ai piedi dal pajùn (il pagliericcio composto da foglie di mais) o vicino al focolare la mattina del 13 dicembre.
A Gesuina viene chiesto se assieme ai pochi dolci avesse ricevuto giocattoli… una bambola, ad esempio. Un po’ sorpresa della domanda ma determinata confessò:
A n’ho mai vì ‘na bàmbula… an gherà mia bèsi… (ride) A gò nuantùn an e an gò mai vì ‘na bambula… mai… (Non ho mai avuto una bambola… non c’erano soldi allora… Ora ho novantun’anni e non ho mai avuto una bambola… mai…).
Il filmato sfuma e gli applausi scrosciano fra gli spettatori giovani e meno giovani.
E’ la volta di Emma, anch’ella viene intervistata e un po’ si imbarazza a dover rispondere davanti alla telecamera… solo un lieve tentennamento poi si fa forza e da perfetta scolara tenta di rispondere alle domande. La me santa Lüsia l’era povrèta… a ghea an qual turunsìn… ‘na qual nüs… i zügàtui jera pochi… (la mia santa Lucia era povera… ricevevo qualche torroncino, qualche noce… i giocattoli erano pochi). Dopo a ghèum da andà a scöla… La a ghera quei che jera pö siùr… magari i gnea a scöla cun an qual zögh… (dopo dovevamo andare a scuola… la c’erano quelli che erano più ricchi… e magari venivano a scuola con qualche gioco…). Lür i ghea pö curàgiu… càt, nuàntar an gheum gnint! (Loro avevano più coraggio… del resto noi non avevamo nulla da mostrare!). Come si può intuire a scuola pochi erano i fortunati a poter disporre di nuovi giochi ma se non altro, in questo giorno magico, si era più propensi a condividerli anche con gli altri bambini. Una volta tanto nell’euforia non si creavano distinzioni di classe. Si giocava tutti assieme e si cooperava (da bravi socialisti).
Rosina invece ha una storia tutta sua da raccontare… Da piccola ricorda vivamente l’arrivo di una bambola in celluloide. Erano bambole molto delicate… Il giorno di santa Lucia ne riceveva una molto bella: una bambola giapponese, con tanto di ventaglio e di kimono. Mentre evoca questi suoi ricordi la telecamera riesce a materializzare fra le sue mani gesticolanti le fattezze di quella bambola orientale. Ci giocava quasi estasiata incredula di poter disporre di tanto “ben di Dio”… Ben presto doveva partire per recarsi a scuola ma la fragile bambola doveva rimanere a casa… La piccola Rosina non vedeva l’ora di poter ritornare ai suoi giochi ma prima del suo affrettato ritorno la bambola svaniva… La cercava dappertutto in casa e fuori ma non c’era più… Sua madre gli diceva che Santa Lucia era tornata a riprendersela!! Con che fervore aveva desiderato quella bambolina che per pochissimo tempo aveva potuto stringere fra le mani!… Per molti anni questa bambolina a dicembre ritornava per poi sparire, così… misteriosamente, nello stesso modo con cui era apparsa.
Molti tempo dopo Rosina scoprì che quella bambola apparteneva ad una sua zia di Mantova ma che quel “regalo” era troppo delicato per poter rimanere fra le mani di una bambina, se pur meritevole… Dopo molti anni venne a sapere che una sua nipotina avrebbe ricevuto da santa Lucia una bambola in celluloide! Non ci poteva credere!!!! Il rito stava per essere sadicamente perpetuato! Quand a l’ho vèsta… a l’ho fata sparì… a l’ho bütada via !!! (Quando me la sono rivista – pronta per essere regalata – l’ho fatta sparire… l’ho gettata!) L’era üra ad’ fnèla cun c’la bambulina!!! (era ora di smetterla con quella bambolina!). Un rito davvero sadico era stato debellato per sempre…
Enrico con i suoi ottant’anni compiuti nel secolo scorso ci confida che in casa sua i suoi genitori per tutto l’anno risparmiavano, centesimo su centesimo per poter far felici i molti figli che attendevano come tutti l’arrivo di quella misteriosa santa benefattrice. Erano tempi duri ma ci si voleva bene… forse più che ora! In casa la mama la preparava an bisulàn cun lugà dentar ‘na palanca… As tajava li feti e quel pösè fortunà di fradèi al catàva la palanca (In casa mia madre preparava il bussolano nel quale era stata nascosta nell’impasto una moneta. Una volta sfornato veniva tagliato a fette e il più fortunato di noi fratelli trovava la palanca). Ce la litigavamo un po’ ma poi facevamo pace in attesa di poterla spendere e godercela tutti assieme.
Roma invece si presenta alla telecamera con fare composto e umile nobiltà. Comprende di essere stata scelta per una sorta di documentario, una testimonianza. Si esprime in un buon italiano da libro Cuore: Mi chiamo Roma e avendo vissuto per molti anni in paese sono abbastanza conosciuta… Mi è stato chiesto di raccontare delle mie cose di un tempo… Le mie santa Lucia erano piene di gioia, di attesa… ricevevo con gioia qualche dolcetto, qualche mandarino e anche qualche croccantino… Non disponevamo di molto allora ma ci accontentavamo dei doni ricevuti dalla santa. C’era tanta povertà ma specialmente a scuola ognuno si confrontava con gli altri compagni: c’era sempre qualcuno più povero di noi. Mi rendo conto di essere vecchia ma vorrei dire qualcosa ai più giovani… Bambini, se vedete qualcuno che non ha ricevuto come voi altri, regalategli magari un confettino… Non sarà stata santa Lucia a portarlo ma sarà ben gradito. Sarà una cosa che chi la riceverà ricorderà per sempre… I doni della santa vengono dal Paradiso… Un posto dove ci si vuole bene. Tanto tempo fa San Giuseppe ha lavorato per me in Paradiso e mi ha fatto avere, tramite Santa Lucia, un paio di zoccoletti… Qualcun altro faceva del suo meglio… in Paradiso ci si rispetta e ci si vuole bene. Ricordatevi bambini che i vostri genitori vanno ringraziati per quello che hanno saputo fare per voi. Ricordatevi di loro… Un giorno saranno bisognosi di una parola… saranno i vostri bambini da accudire. Avranno bisogno di voi… Sono anziana e ora vivo in un ricovero ma sto bene… però ricordatevi di essere buoni e di pensare che non tutti possono disporre di ciò che vogliono. Se vedete qualcuno che non ha nulla aiutatelo. E’ così che si vive in Paradiso…
Il filmato sfuma fra gli applausi e lo sguardo di Roma, modesto e compassionevole ancora rivolto alla telecamera. Un documentario semplice ma sincero che resterà per gli anni a venire a testimonianza di come in fondo si rimanga sempre un po’ bambini anche quando l’infanzia ci sembra oramai lontana. Gesuina, Emma, Enrico, Rosina e Roma rimarranno nei cuori di chi ha potuto conoscerli di persona e di chi era presente alla proiezione di quel pomeriggio. Sono uno dei primi spettatori ad uscire dal teatro ritrovandomi un cielo terso intento ad imbrunire… In paese non c’è molta gente. Una banda musicale tenta di richiamare l’attenzione dei pochi presenti verso qualche sparuta bancarella natalizia.
Il profumo vaporoso e caldo di caldarroste e di ceci, pronti a ritemprare antichi sapori di un tempo, aleggia nell’aria leggera e soave… Stranamente non fa freddo. Mancano ancora tre giorni a santa Lucia e al giorno più corto che ci sia.
Dove è odio, fa ch'io porti l'Amore.
Dove è offesa, ch'io porti il Perdono.
Dove è discordia, ch'io porti l'Unione.
Dove è dubbio, ch'io porti la Fede.
Dove è errore, ch'io porti la Verità.
Dove è disperazione,ch'io porti la Speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia.
Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.
O Maestro, fa ch'io non cerchi tanto:
Essere consolato, quanto consolare.
Essere compreso, quanto comprendere.
Essere amato,quanto amare.
Poichè:
Si è: Dando, che si riceve;
Perdonando che si è perdonati;
Morendo, che si risuscita a Vita Eterna.
S.Francesco