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martedì, dicembre 18, 2007
è un pò vecchia ma carina

Sneocdo uno sdtiuo dlel'Untisverà di Cadmbrige, non irmptoa cmoe
snoo sctrite le plaroe,tutte le letetre posnsoo esesre al
pstoo sbgalaito, l'ipmtortane è sloo che la prmia e l'umltia letrtea
saino al ptoso
gtsiuo, il rteso non ctona. Il cerlvelo è comquune semrpe in gdrao
di decraifre tttuo qtueso coas, pcherè non lgege ongi silngoa
ltetrea, ma glege la palroa
nel suo insmiee...vstio?
Sneodco voi, csoa czazo si funamo a Cadmbrgie?

Postato da: TB-1 a dicembre 18, 2007 10:31 | link | commenti (1) |
cose non mie mah

giovedì, dicembre 14, 2006
Una strana Bambola

Sarà che l’infanzia non l’ho mai abbandonata del tutto, sarà che in certi miei cassetti conservo manciate di chincaglierie che usavo da piccolo, cose inutili, magari guaste e irreparabili... Comunque sia, mentre mi trovavo seduto in un bar, un articolo di giornale letto una domenica mattina mi incuriosì non poco… Se avessi vinto la pigrizia avrei avuto la possibilità di retrocedere nel tempo, di ritornare ad ascoltare fatti quasi sepolti dall’oblio, direttamente da fonti antiche…
In un paese rivierasco della Bassa alcuni giovani animatori avevano deciso di ritornare alle origini. Di dare la voce a chi (spesso) non ha voce: gli anziani. In collaborazione con la casa di riposo locale decisero di avvicinare e intervistare gli anziani del ricovero e chiedere a loro com’era un tempo la loro santa Lucia, cosa si ricordavano, come avevano vissuto nella loro lontanissima infanzia quei momenti magici di attesa. Nel pomeriggio questo filmato sarebbe stato proiettato al Teatro 900 di Pomponesco, un piccolo paesino dimenticato di 1500 anime situato fra Mantova e Parma.
Ebbene, decisi di recarmici…
Il paese non lontano sulla sponda destra del Po dista poco meno di 30 Km da casa mia ma per certi versi risulta già decentrato rispetto alla mia identità culturale. Li nacque nel “15 mio zio Cesare… un uomo dal carattere buono, generoso e gentile che per 21 anni allietò la mia voglia di conoscere, le mie curiosità e le mie disquisizioni riguardo a molti argomenti. Aveva svolto con passione la professione di infermiere fino all’età pensionabile in un epoca dove avere quel tipo di qualifica significava essere anche dispensatore di ottimismo… ma questa è un’altra storia…
Mi recai a Pomponesco fiducioso di poter apprendere qualcosa di nuovo da queste persone ora confinate in un ospizio. Serviva solo un po’ di curiosità e la voglia di ascoltare. Il piccolo teatro comunale avvolto nel proprio silenzio sembrava chiuso. In sala la proiezione del filmato era già iniziata e una volta varcate le tende mi ritrovai al buio in una piccola platea stracolma di spettatori.
Gesuina raccontava che ai suoi tempi Santa Lücìa l’era püvrèta asè, asè… (Santa Lucia era molto molto povera). Ci si accontentava di piccoli doni, qualche dolcetto, qualche noce e se si era fortunati un mandarino o un frutto… In casa c’erano molti fratelli e le poche palanche che suo padre poteva spendere dovevano servire per accontentare tutti i figlioletti… I bèsi jera pochi ma Santa Lücìa l’andava fàta in töti i modi (i soldi erano pochi ma Santa Lucia andava celebrata ad ogni costo) …magari a sà sparàva in quèl… ma l’andava fata… (magari si risparmiava in qualcos’altro ma andava fatta comunque).
L’intervistata, Gesuina per l’appunto, è una vecchietta fotogenica ultranovantenne… Mentre la si osserva dinnanzi alla telecamera è cosa fatta immaginarsi gli anni a ridosso della fine della Prima Guerra Mondiale… La miseria abitava in ogni casa e ogni piccolo bene andava distribuito con preziosa parsimonia. Una cosa è certa… nessun genitore avrebbe mancato di rispetto alla santa… i regali se pur miseri sarebbero comparsi magari ai piedi dal pajùn (il pagliericcio composto da foglie di mais) o vicino al focolare la mattina del 13 dicembre.
A Gesuina viene chiesto se assieme ai pochi dolci avesse ricevuto giocattoli… una bambola, ad esempio. Un po’ sorpresa della domanda ma determinata confessò:
A n’ho mai vì ‘na bàmbula… an gherà mia bèsi… (ride) A gò nuantùn an e an gò mai vì ‘na bambula… mai… (Non ho mai avuto una bambola… non c’erano soldi allora… Ora ho novantun’anni e non ho mai avuto una bambola… mai…).

Il filmato sfuma e gli applausi scrosciano fra gli spettatori giovani e meno giovani.
E’ la volta di Emma, anch’ella viene intervistata e un po’ si imbarazza a dover rispondere davanti alla telecamera… solo un lieve tentennamento poi si fa forza e da perfetta scolara tenta di rispondere alle domande. La me santa Lüsia l’era povrètaa ghea an qual turunsìn‘na qual nüsi zügàtui jera pochi… (la mia santa Lucia era povera… ricevevo qualche torroncino, qualche noce… i giocattoli erano pochi). Dopo a ghèum da andà a scöla… La a ghera quei che jera pö siùr… magari i gnea a scöla cun an qual zögh… (dopo dovevamo andare a scuola… la c’erano quelli che erano più ricchi… e magari venivano a scuola con qualche gioco…). Lür i ghea pö curàgiu… càt, nuàntar an gheum gnint!
(Loro avevano più coraggio… del resto noi non avevamo nulla da mostrare!). Come si può intuire a scuola pochi erano i fortunati a poter disporre di nuovi giochi ma se non altro, in questo giorno magico, si era più propensi a condividerli anche con gli altri bambini. Una volta tanto nell’euforia non si creavano distinzioni di classe. Si giocava tutti assieme e si cooperava (da bravi socialisti).
Rosina invece ha una storia tutta sua da raccontare… Da piccola ricorda vivamente l’arrivo di una bambola in celluloide. Erano bambole molto delicate… Il giorno di santa Lucia ne riceveva una molto bella: una bambola giapponese, con tanto di ventaglio e di kimono. Mentre evoca questi suoi ricordi la telecamera riesce a materializzare fra le sue mani gesticolanti le fattezze di quella bambola orientale. Ci giocava quasi estasiata incredula di poter disporre di tanto “ben di Dio”… Ben presto doveva partire per recarsi a scuola ma la fragile bambola doveva rimanere a casa… La piccola Rosina non vedeva l’ora di poter ritornare ai suoi giochi ma prima del suo affrettato ritorno la bambola svaniva…
La cercava dappertutto in casa e fuori ma non c’era più… Sua madre gli diceva che Santa Lucia era tornata a riprendersela!! Con che fervore aveva desiderato quella bambolina che per pochissimo tempo aveva potuto stringere fra le mani!… Per molti anni questa bambolina a dicembre ritornava per poi sparire, così… misteriosamente, nello stesso modo con cui era apparsa.
Molti tempo dopo Rosina scoprì che quella bambola apparteneva ad una sua zia di Mantova ma che quel “regalo” era troppo delicato per poter rimanere fra le mani di una bambina, se pur meritevole… Dopo molti anni venne a sapere che una sua nipotina avrebbe ricevuto da santa Lucia una bambola in celluloide! Non ci poteva credere!!!! Il rito stava per essere sadicamente perpetuato! Quand a l’ho vèsta… a l’ho fata sparì… a l’ho bütada via !!! (Quando me la sono rivista – pronta per essere regalata – l’ho fatta sparire… l’ho gettata!) L’era üra ad’ fnèla cun c’la bambulina!!! (era ora di smetterla con quella bambolina!). Un rito davvero sadico era stato debellato per sempre…
Enrico con i suoi ottant’anni compiuti nel secolo scorso ci confida che in casa sua i suoi genitori per tutto l’anno risparmiavano, centesimo su centesimo per poter far felici i molti figli che attendevano come tutti l’arrivo di quella misteriosa santa benefattrice. Erano tempi duri ma ci si voleva bene… forse più che ora! In casa la mama la preparava an bisulàn cun lugà dentar ‘na palanca… As tajava li feti e quel pösè fortunà di fradèi al catàva la palanca (In casa mia madre preparava il bussolano nel quale era stata nascosta nell’impasto una moneta. Una volta sfornato veniva tagliato a fette e il più fortunato di noi fratelli trovava la palanca). Ce la litigavamo un po’ ma poi facevamo pace in attesa di poterla spendere e godercela tutti assieme.
Roma invece si presenta alla telecamera con fare composto e umile nobiltà. Comprende di essere stata scelta per una sorta di documentario, una testimonianza. Si esprime in un buon italiano da libro Cuore:
Mi chiamo Roma e avendo vissuto per molti anni in paese sono abbastanza conosciuta… Mi è stato chiesto di raccontare delle mie cose di un tempo… Le mie santa Lucia erano piene di gioia, di attesa… ricevevo con gioia qualche dolcetto, qualche mandarino e anche qualche croccantino… Non disponevamo di molto allora ma ci accontentavamo dei doni ricevuti dalla santa. C’era tanta povertà ma specialmente a scuola ognuno si confrontava con gli altri compagni: c’era sempre qualcuno più povero di noi. Mi rendo conto di essere vecchia ma vorrei dire qualcosa ai più giovani… Bambini, se vedete qualcuno che non ha ricevuto come voi altri, regalategli magari un confettino… Non sarà stata santa Lucia a portarlo ma sarà ben gradito. Sarà una cosa che chi la riceverà ricorderà per sempre… I doni della santa vengono dal Paradiso… Un posto dove ci si vuole bene. Tanto tempo fa San Giuseppe ha lavorato per me in Paradiso e mi ha fatto avere, tramite Santa Lucia, un paio di zoccoletti… Qualcun altro faceva del suo meglio… in Paradiso ci si rispetta e ci si vuole bene. Ricordatevi bambini che i vostri genitori vanno ringraziati per quello che hanno saputo fare per voi. Ricordatevi di loro… Un giorno saranno bisognosi di una parola… saranno i vostri bambini da accudire. Avranno bisogno di voi… Sono anziana e ora vivo in un ricovero ma sto bene… però ricordatevi di essere buoni e di pensare che non tutti possono disporre di ciò che vogliono. Se vedete qualcuno che non ha nulla aiutatelo. E’ così che si vive in Paradiso…
Il filmato sfuma fra gli applausi e lo sguardo di Roma, modesto e compassionevole ancora rivolto alla telecamera. Un documentario semplice ma sincero che resterà per gli anni a venire a testimonianza di come in fondo si rimanga sempre un po’ bambini anche quando l’infanzia ci sembra oramai lontana. Gesuina, Emma, Enrico, Rosina e Roma rimarranno nei cuori di chi ha potuto conoscerli di persona e di chi era presente alla proiezione di quel pomeriggio. Sono uno dei primi spettatori ad uscire dal teatro ritrovandomi un cielo terso intento ad imbrunire… In paese non c’è molta gente. Una banda musicale tenta di richiamare l’attenzione dei pochi presenti verso qualche sparuta bancarella natalizia.
Il profumo vaporoso e caldo di caldarroste e di ceci, pronti a ritemprare antichi sapori di un tempo, aleggia nell’aria leggera e soave… Stranamente non fa freddo. Mancano ancora tre giorni a santa Lucia e al giorno più corto che ci sia.


Bobby

Postato da: TB-1 a dicembre 14, 2006 10:14 | link | commenti |
immagini, cose non mie mah, stupendo

mercoledì, luglio 19, 2006
Se per un istante...

Se per un istante Dio si dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi facesse dono di un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto ciò che penso, ma penserei a tutto ciò che dico.

Valuterei le cose, non per il loro valore, ma per ciò che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, essendo cosciente che per ogni minuto che teniamo gli occhi chiusi, perdiamo sessanta secondi di luce.
Andrei avanti quando gli altri si ritirano, mi sveglierei quando gli altri dormono.

Ascolterei quando gli altri parlano e con quanto piacere gusterei un buon gelato al cioccolato.

Se Dio mi desse un pezzo di vita, mi vestirei in modo semplice, e prima di tutto butterei me stesso in fronte al sole, mettendo a nudo non solo il mio corpo, ma anche la mia anima.

Dio mio se avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei l’arrivo del sole. Sulle stelle dipingerei una poesia di Benedetti con un sogno di Van Gogh e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.

Annaffierei le rose con le mie lacrime per sentire il dolore delle loro spine e il rosso bacio dei loro petali.

Dio mio se avessi un pezzo di vita, non lascerei passare un solo giorno senza dire alle persone che amo, che le amo. Direi ad ogni uomo e ad ogni donna che sono i miei prediletti e vivrei innamorato dell’amore.

Mostrerei agli uomini quanto sbagliano quando pensano di smettere di innamorarsi man mano che invecchiano, non sapendo che invecchiano quando smettono di innamorarsi!

A un bambino darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo.

Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con la dimenticanza.

Ho imparato così tanto da voi, Uomini... Ho imparato che ognuno vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel come questa montagna è stata scalata.

Ho imparato che quando un neonato stringe per la prima volta il dito del padre nel suo piccolo pugno, l’ha catturato per sempre.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo solo per aiutarlo a rimettersi in piedi.

Da voi ho imparato così tante cose, ma in verità non saranno granchè utili, perchè quando mi metteranno in questa valigia, starò purtroppo per morire.

Dì sempre ciò che senti e fa’ ciò che pensi.

Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti guardo mentre ti addormenti, ti abbraccerei fortemente e pregherei il Signore per poter essere il guardiano della tua anima.

Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti darei un bacio e ti chiamerei di nuovo per dartene altri.

Se sapessi che oggi è l’ultima volta che sento la tua voce, registrerei ogni tua parola per poterle ascoltare una e più volte ancora.

Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti che ti vedo, direi “ti amo” e non darei scioccamente per scontato che già lo sai.

Sempre c’è un domani e la vita ci dà un’altra possibilità per fare le cose bene, ma se mi sbagliassi e oggi fosse tutto ciò che ci rimane, mi piacerebbe dirti quanto ti amo, che mai ti dimenticherò.
Il domani non è assicurato per nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l’ultima volta che vedi chi ami. Perciò non aspettare oltre, fallo oggi, perchè se il domani non arrivasse, sicuramente compiangeresti il giorno che non hai avuto tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio e che eri troppo occupato per regalare un ultimo desiderio.

Tieni chi ami vicino a te, digli quanto bisogno hai di loro, amali e trattali bene, trova il tempo per dirgli “mi spiace”, “perdonami”, “per favore”, “grazie” e tutte le parole d’amore che conosci.

Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi al Signore la forza e la saggezza per esprimerli. Dimostra ai tuoi amici e ai tuoi cari quanto sono importanti.

G.G.M.

Postato da: TB-1 a luglio 19, 2006 11:24 | link | commenti |
cose non mie mah, a chi amo, stupendo, voglio un mondo migliore

martedì, marzo 14, 2006
pensieri di una sera...

La nostra sensibilità è un grandioso mezzi di sentire la realtà e di comunicare con gli altri! Ma succede anche che possano ferirci più facilmente! Ma non si possono mettere filtri...

Postato da: TB-1 a marzo 14, 2006 18:15 | link | commenti |
cose non mie mah

venerdì, marzo 03, 2006
il cuore di Slow Food?!



da www.slowfood.it, biografia

Petrini, Carlo
si chiama Gola (nel cognome della levatrice il destino del neonato) l’ostetrica che il 22 giugno 1949, a Bra in provincia di Cuneo, assiste la signora Maria Garombo Petrini nel suo primo parto (casalingo, come allora usava). Al piccolo, che già in culla mostra un’incontenibile vivacità, è imposto il nome del nonno, Carlo Petrini, ferroviere, all’indomani della Grande Guerra consigliere comunale del Psi e poi del Pcd’I, arrestato durante l’ultima delle “spedizioni punitive” con cui, nel 1921, lo squadrismo fascista stronca l’esperienza della giunta democratica guidata dal sindaco socialista Lenti. La famiglia di Carlin, come tutti continueranno a chiamare il primogenito di Maria e Giuseppe Petrini (nel 1957 nascerà una bambina, Chiara), appartiene alla piccola borghesia impiegatizia e artigiana: la mamma dirige l’asilo nido comunale, il papà ha un’officina di elettrauto. Carlin cresce tra la casa paterna e quella della nonna, generazioni e ambienti diversi anche nei costumi alimentari: «Mentre i miei, lavorando entrambi fuori casa, avevano, più “modernamente”, il fulcro della convivialità familiare nella cena, da mia nonna si mangiava un pasto completo solo a mezzogiorno: la sera, pane e formaggio, una tazza di caffelatte e subito a nanna. Ma è lì che ho visto svolgersi e declinare il rapporto stretto tra produzione e consumo del cibo. Come chiunque allora vivesse non troppo lontano dalla campagna, mia nonna preparava marmellate e conserve per l’inverno, spellava galline e conigli, per poi cucinarli con pazienza e orrore per gli sprechi, e nelle stagioni giuste andava nei prati a raccogliere erbe spontanee e insalate selvatiche… La mia è stata l’ultima generazione che ha avuto modo di attingere al patrimonio di saperi e sapori di una società contadina al tramonto». Nei rapporti extrafamiliari, il nipote e omonimo del “massimalista” Carlo Petrini è da subito un leader: i quartieri periferici di una Bra dove i ragazzini possono ancora giocare nei cortili e in strada risuonano delle gesta della “banda di Carlin”, tra le più attive nel disputare ai rivali il controllo del territorio.

Con i luogotenenti, Azio Citi e Giovanni Ravinale, si forma un sodalizio politico-artistico che durerà fino alla morte prematura e improvvisa di Giovanni, nell’ottobre 1999. Dopo la Media, Petrini frequenta l’Itis di Fossano, a 20 chilometri da Bra, diplomandosi nel 1968. Nel frattempo si è radicata in lui la passione per l’impegno socio-politico. Comincia organizzando, da responsabile del settore giovanile della locale Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, raccolte carta per il Terzo Mondo e soccorsi alle vittime dell’ennesima esondazione del Tanaro, nell’autunno ’68. Prosegue iscrivendosi alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e fondando a Bra, nel 1971, la Cooperativa Circolo Leonardo Cocito, che darà vita nel 1974 al periodico In Campo Rosso e l’anno successivo a Radio Bra Onde Rosse, la prima emittente libera d’Europa. Contro i ripetuti sequestri degli impianti e i procedimenti penali a carico degli amministratori della cooperativa – vicende che contribuiranno alla dichiarazione di incostituzionalità del monopolio radiotelevisivo statale – si mobilita l’intelligentsia che il gruppo di giovani braidesi ha saputo coinvolgere con le sue battaglie per i diritti civili e per l’alternativa al sistema di potere democristiano: tra gli altri Dario Fo, Franca Rame e tutta la “Comune” di Milano, Guido Aristarco, Carla Nosenzo Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Leonardo Mosso, Nuto Revelli. Sempre del ’75 sono l’ingresso di Carlin nel Consiglio comunale di Bra, come rappresentante del Pdup, e la fondazione dello spaccio di Unità Popolare, circolo Cica-Crass affiliato all’Arci. Sotto le bandiere della medesima associazione si organizzano, nel triennio ’79-81, i festival di musica popolare >Canté j’euv e, negli anni successivi, campi scuola estivi che porteranno in Langa ragazzi di tutta Italia. Da queste esperienze di “turismo sociale”, intrecciate con le riflessioni comuni al gruppo promotore della rivista >La Gola, germinano le idee ispiratrici di >Arcigola. Il periodo 1979-86 è di incubazione e formazione. Eletto nel consiglio nazionale dell’Arci, Carlin viaggia per l’Italia, prendendo contatto con altre realtà territoriali e di mercato; visita le grandi aree enogastronomiche d’Europa, partecipando nell’82-83 (con Gigi Piumatti e Massimo Martinelli) ai corsi di conoscenza dei vini che si tengono a Beaune, in Borgogna.

Tramite la >Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo riversa queste esperienze in momenti di diffusione della cultura del gusto e di convivialità, anche fuori dai confini braidesi: all’insegna del binomio conoscenza-piacere si svolgono una grande festa in riva al Lago Maggiore, una cena di gala nell’ambito di un convegno di filosofi all’Università di Urbino, una giornata di promozione dei vini e della cucina di Langa a Mira (Ve), corsi di avvicinamento al vino per studenti torinesi. All’inizio degli anni Ottanta risalgono anche le prime collaborazioni di cronaca e critica gastronomica a giornali e guide (Barolo & C., Il Tanaro, la guida ai ristoranti dell’Espresso). All’interno del direttivo nazionale dell’Arci, Carlin patrocina la costituzione di una “lega gastronomica” che sintetizzi, anche nel nome, quanto sta maturando nella realtà associativa braidese e nel dibattito sviluppatosi sulle pagine de La Gola. Da qui in poi la sua biografia si confonde con la storia dei prodromi, della fondazione e dello sviluppo di SF.

Postato da: TB-1 a marzo 03, 2006 09:33 | link | commenti |
cose non mie mah, a chi amo, fraseggi

venerdì, gennaio 27, 2006
Il monaco di Monza dal blog di beppegrillo

monaco di monza.jpg


L’Espresso di questa settimana scrive, a proposito di Telecom, che “Grillo aveva avvertito tutti”, che “Grillo ha anticipato il motivo con cui gli analisti finanziari hanno spiegato l’ondata di vendite del settore delle telecom”.
Belin, e io che lo dicevo solo per scherzo!

Ieri, a Milano, nella sede di Banca Intesa, si discuteva di un tema centrale per noi cittadini: “Sviluppo o declino: il ruolo delle istituzioni”. Erano presenti i dipendenti Rutelli, Fassino e Follini. E con loro il tronchetto dell’infelicità che ha rilasciato queste appassionanti dichiarazioni:

“Vorrei che si evitasse di confondere e accostare tra loro persone che non hanno né storie, né valori, né responsabilità in comune

La sottile allusione era rivolta a Gnutti che era consigliere, insieme a lui, in Olimpia, e a Consorte, consigliere, insieme a lui, in Telecom e che, quindi, condividevano, almeno in queste società, una responsabilità in comune. O non lo sapeva?

“Chiariamo una volta per tutte: c’è stata una Telecom pre-acquisizione da parte della Pirelli e una post-Pirelli

Su questo non si può che essere d’accordo. Infatti, sempre secondo l’Espresso, il debito della società è arrivato oggi a 42 miliardi di euro. Questo dopo aver venduto Seat PG, Telespazio, Finsiel, gli immobili, eccetera, eccetera.
Di quanto è salita l’occupazione nel gruppo da quando c’è il tronchetto? Quanti erano invece gli occupati sotto la gestione di Colaninno?

“Appena ci siamo messi al lavoro per risanare abbiamo trovato anche spiacevolissime sorprese
“Immaginavamo che certe minusvalenze fossero solo errori gestionali”

Minusvalenze? Sorprese? E noi che pensavamo che avesse fatto un'approfondita analisi prima di comprare la Telecom, invece no. Che sorpresa!

“Di questi compagni di viaggio che mi sono trovato ad avere, e certo non ho cercato, intanto si occuperanno gli avvocati”

Ma il compagno di viaggio Gnutti chi lo ha cercato e ricercato? Che irriconoscente! E’ proprio vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno.

Il tronchetto furioso ha poi concluso:
“E’ il momento che chi, in politica, si è sempre regolato con onestà si separi in modo netto dai disonesti”.

E qui, come la Monaca di Monza con lo sciagurato Egidio, Fassino sorrise e, sventurato, lo applaudì.

Prima applaudiva Consorte

Postato da: TB-1 a gennaio 27, 2006 15:24 | link | commenti |
cose non mie mah, a chi amo

giovedì, dicembre 15, 2005

poi alla fine non abbiamo guardato TABU' - GOHATTO perché ieri sera abbiamo toccato il picco più basso della storia della nostra associazione!
e quindi, siccome eravamo solo noi abbiamo guardato LA SAMARITANA...
questo regista qui ti tocca delle corde che non sei abituato a farti toccare...
non so come spiegarlo, chi non ha mai visto nessuno dei suoi film non può capire...!

Postato da: TB-1 a dicembre 15, 2005 10:28 | link | commenti |
postveloci, cose non mie mah, a chi amo

venerdì, dicembre 09, 2005
grazie stefano e beppe...

dal blog di BeppeGrillo...
Gli uomini delle caverne

uomo delle caverne.jpg

"Si dicono moderni, ma in realtà vogliono riportare il mondo indietro di milioni di anni.
Sono gli uomini delle caverne, gli estremisti del nuovo potere economico .
La loro mentalità è paleolitica : il mondo è del più forte, la clava è il profitto, e la terra è una preda.

Si distinguono perché si battono minacciosamente il petto gridando lo slogan: “Grandi lavori“. Amano scavare nuove caverne e gallerie per farci passare un supertreno superveloce ma non sanno costruire un normale, decoroso treno per i pendolari. Perché una delle loro paleobugie è questa : una cosa fatta male che va più in fretta è meglio di una cosa fatta bene che va più piano.
Sono eiaculatori precoci, che non ce la fanno a godere del mondo.

Stupidi e avidi, pitecantropi e pidueantropi, insistono in un progetto ormai fallito, un modello di sviluppo che non riesce più a progredire, ma solo a riportare indietro la qualità della vita di tutti.
Grugniscono: “non ci lasceremo intimidire”, si dicono moderni e chiamano gli altri arretrati.

Togliamogli dalla bocca questa bugia.

Arretrato è chi sceglie il progetto che piace agli affaristi e ai mafiosi.
Moderno è chi sceglie il progetto migliore.

Arretrato è chi fa propaganda a ciò che ha già deciso, come tutti i vecchi dittatori.
Moderno è chi lo fa discutendone prima.

Fare il ponte di Messina è una cazzata ducesco- neroniana.
Mettere a posto le ferrovie dei pendolari, la Salerno-Reggio Calabria, lo svincolo di Mestre e la tangenziale di Milano, rifare gli acquedotti , gli argini e i porti, questo sarebbe moderno.

Vendere un biglietto dove è segnata un’ora in meno da Milano a Napoli e poi fare tre ore di ritardo, è un vecchissimo trucco.
Arrivare in orario da Milano a Napoli sarebbe una trovata modernissima.

Emmenthal Lunardi non è moderno, gli appalti agli amici sono vecchi come il mondo. Ed è vecchio opportunismo essere un giorno europeista e un giorno devoluzionista.
I valsusini non solo contestano la Tav, ma fanno anche proposte. Hanno dell’economia una visione molto più moderna e complessa rispetto agli uomini delle caverne.

Saper riconoscere i punti critici della storia, quella dove il progresso si incrina e si rompe, è opera di alta ingegneria.

I vecchi cavernicoli almeno avevano un alibi: dovevano imparare tutto ogni giorno. Questi invece non hanno imparato e capito un c...o.

Continuano a fare miliardi con la spremuta di dinosauro, il petrolio preistorico, e non glie ne frega niente di pensare a cosa accadrà quando sarà finito.
Per questo gli uomini delle caverne sono furibondi: perché hanno di fronte una civiltà superiore. Gente che sa vedere il mondo come un organismo vivo, non come a una materia prima, e sa pensare a un futuro. Perciò mille volte più moderni e realisti di loro.

E adesso, pitrecantropi onorevoli e/o affaristi, andate pure nel vostro ristorante preferito a mangiare la tartare di mammuth, a parlare di dividendi, a far bancarotte e speculazioni.
Ma dalla manica della giacca blu, spunta il pelo.

Chiamatevi col vostro nome: siete uomini delle caverne quotati in borsa, negli ultimi anni avete scavato un tunnel , e adesso non sapete come uscirne. Usate pure la clava e il manganello , ma non dite che è in nome del progresso."

Stefano Benni, il lupo.

Postato da: TB-1 a dicembre 09, 2005 11:00 | link | commenti |
cose non mie mah

lunedì, dicembre 05, 2005

dal blog di Beppe Grillo...

Insegna a tuo figlio

Frei-Betto.jpg

Frei Betto, un prete di quelli veri, che sta in mezzo alla gente, amico del presidente del Brasile Lula, mi ha inviato una lettera rivolta a un bambino brasiliano.
Ma potrebbe essere un qualunque bambino del mondo, anche italiano.
Leggetela, se volete, ai vostri figli.


Insegna a tuo figlio che il Brasile può farcela, e che deve crescere felice di essere brasiliano. Vi sono in questo paese giudici giusti, benché questa verità possa suonare sgradevole. Giudici che, come mio padre, non hanno mai dato lavoro ai familiari, pur avendo figli avvocati, che mai hanno sfruttato il proprio incarico per ottenere un favore e che, imparziali, hanno dato causa vinta anche ai poveri, contestando ricchi padroni o aziende che si sono viste obbligate a riconoscere che, per certi uomini, l’onore non è un bene negoziabile.

Insegna a tuo figlio che in questo Paese vi sono politici integri, amministratori competenti, autorità meritevoli che non si lasciano corrompere, che non nascondono le infamie sotto il tappeto, che non hanno paura di risultare sgraditi agli amici o di deludere i potenti, che hanno il coraggio di pensare con la propria testa e di tutelare più l'onore che la vita.

Insegna a tuo figlio che non avere talento sportivo o viso e corpo da top-model, che sentirsi brutti a confronto dei vigenti canoni di bellezza, non è motivo per perdere l'autostima. La felicità non si compra né è un trofeo che si conquista vincendo la concorrenza; è intessuta di valori e virtù, e disegna, nella nostra esistenza, quel senso per il quale vale la pena vivere e morire.

Insegna a tuo figlio che il Brasile ha dimensioni continentali e le terre più fertili del pianeta. Non è quindi giustificabile tanta terra senza gente e tanta gente senza terra. Così come la liberazione degli schiavi ha tardato, ma è arrivata, anche la riforma agraria avrà il suo momento. E auguriamoci che sulla sua strada scorra poco sangue.

Sappia tuo figlio che i senza terra che occupano aree incolte, indebitamente accaparrate dai latifondisti o abbandonate sono, oggi, chiamati "banditi", come un tempo la condanna aveva colpito Gandhi, seduto sui binari delle ferrovie inglesi, e su Luther King che occupava le scuole proibite ai negri.

Insegna a tuo figlio che pionieri e profeti, da Gesù a Tiradentes, da San Francesco d'Assisi a Nelson Mandela, sono stati invariabilmente trattati, dalle élite del loro tempo, da sovversivi, malfattori, visionari.

Insegna a tuo figlio che il Brasile è un paese lavoratore e creativo. Milioni di brasiliani si alzano presto ogni mattina, mangiano al di sotto dei loro fabbisogni e consumano la maggior parte della loro vita sul lavoro, in cambio di uno stipendio che non gli garantisce nemmeno l'accesso ad una casa propria. E tuttavia questa gente è incapace di rubare una matita dall'ufficio, un mattone dal cantiere, un attrezzo dalla fabbrica. Ed è orgogliosa
di non cadere in basso, dove allo stesso livello si ritrovano i banditi dai colletti bianchi ed i piccoli malviventi. É gente fatta della stessa materia prima di quei netturbini di Vitória che consegnarono alla polizia dei sacchi pieni di denaro, che rapinatori di banca avevano nascosto in un secchio.

Insegna a tuo figlio ad evitare la corsia preferenziale di questa società neoliberista che cerca di inculcarci che essere consumatore è più importante che essere cittadino, che incensa chi dilapida fortune, che esalta più l'estetica che l'etica. Convincilo che la felicità non è il risultato della somma di piaceri, e che la via spirituale è un tesoro che si custodisce nel profondo del cuore - chi riesce ad aprirlo godrà di allegrie indescrivibili.

Sappia tuo figlio che il Brasile è la terra degli indios che non si sono piegati al giogo dei portoghesi, e di Zumbi, Angelim e Frei Caneca, di Joana Angélica e Anita Garibaldi, dom Helder Câmara e Chico Mendes.

Insegna a tuo figlio che non deve per forza essere d'accordo con il disordine stabilito e che sarà felice se si unirà a coloro che lottano per trasformazioni sociali che rendono questo paese libero e giusto. Trasmetterà allora a tuo nipote l'eredità della tua saggezza.

Insegna a tuo figlio a votare secondo coscienza, e a non avere mai disgusto della politica, in quanto chi agisce così è governato da chi non ne ha, e se la maggioranza dovesse provarlo, sarà la fine della democrazia. Che il tuo voto ed il suo siano in favore della giustizia sociale e dei diritti dei brasiliani immeritatamente così poveri e esclusi, per motivi politici, dai doni della vita.

Insegna a tuo figlio che ad una persona bastano pane, vino e un grande amore. Coltiva in lui i desideri dello spirito, il rispetto verso i più anziani, l’amore per la natura, la difesa dei più fragili.

Sappia tuo figlio ascoltare il silenzio, rispettare le espressioni di vita e lasciarsi amare dal Dio che lo abita.”

Frei Betto

Postato da: TB-1 a dicembre 05, 2005 11:35 | link | commenti |
postlenti, cose non mie mah, a chi amo

giovedì, novembre 03, 2005

da Stefano Benni al blog di Beppe Grillo, riflessioni.

"Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma Bush non gli ha dato retta.
Il presidente Silvio voleva sollevare l'economia ma gli imprenditori non hanno avuto fiducia in lui.
Il presidente Silvio non voleva leggi ad personam ma qualcuno le ha fatte di nascosto.
Il presidente Silvio non voleva toccare l'unità d'Italia ma la Lega lo ha fregato.
Il presidente Silvio voleva un posto nel consiglio di sicurezza all'Onu ma il Giappone gli è passato davanti.
Il presidente Silvio voleva un'informazione democratica e invece la stampa e la televisione sono finite in mano ai comunisti.
Il presidente Silvio voleva eliminare la mafia ma la mafia è risorta.
Il presidente Silvio voleva creare un dialogo ma l'opposizione non ha voluto.
Il presidente Silvio non voleva più Tremonti ma Tremonti è tornato.
Il presidente Silvio voleva risollevare l'immagine dell'Italia nel mondo ma il mondo è cattivo e ci sputtana.
Il presidente Silvio non voleva evitare i processi ma i processi hanno evitato lui.
Il presidente Silvio voleva tagliare le rendite parassitarie ma a sua insaputa hanno tolto l'Ici al Vaticano.
Il presidente Silvio non voleva più comprare nessuna società ma il fratello e la figlia lo hanno fatto senza dirglielo.
Il presidente Silvio non voleva che Previti andasse a offrire soldi agli avvocati ma Previti c'è andato lo stesso.
Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma i suoi agenti hanno inventato il Nigergate.
Il presidente Silvio non voleva la guerra in Iraq ma il suo benzinaio lo ha minacciato.
Il presidente Silvio non voleva ricandidarsi ma lo hanno obbligato.
Il presidente Silvio non voleva toccare le tasche degli italiani ma qualcuno di nascosto ha fatto tre finanziarie in un mese.

Il presidente del consiglio o è un ipocrita, o non conta un c…o."

Di Stefano Benni (il lupo)

Postato da: TB-1 a novembre 03, 2005 10:21 | link | commenti (2) |
cose non mie mah